Nel precedente articolo abbiamo visto come le emozioni, quando non trovano spazio per essere sentite e trasformate, iniziano a ristagnare. È in quel ristagno che l’energia si compatta e prende forma il dolore emotivo, la manifestazione più densa delle emozioni non elaborate.
Il dolore non è un errore: è un segnale. È ciò che nasce quando, per paura, abitudine o protezione, abbiamo trattenuto troppo a lungo ciò che avrebbe avuto bisogno di fluire.
Ed è proprio qui che si manifesta uno dei grandi paradossi della crescita interiore:
anche se il dolore è l’unico passaggio che può liberarci, l’essere umano tende a fuggirlo istintivamente.
È questo impulso — antico, radicato, inconscio — che impedisce la trasformazione e alimenta la ripetizione degli stessi schemi emotivi e comportamentali.
In questo articolo esploriamo perché è così difficile restare in contatto con il proprio dolore, quali meccanismi di fuga mettiamo in atto senza accorgercene e perché, finché continuiamo a evitarlo, non possiamo risvegliarci davvero.
Comprendere la fuga dal dolore non è un esercizio teorico: è l’inizio del cambiamento autentico.
Solo ciò che viene sentito può essere trasformato. Solo ciò che accogliamo può liberarci.
Il risveglio richiede verità: smettere di evitare ciò che fa male
Il risveglio interiore non è un processo astratto o spirituale in senso evasivo. È un lavoro concreto e costante di verità, presenza e responsabilità.
Al Centro Cribes partiamo da un principio semplice e radicale: non ci si risveglia finché si continua a fuggire dal dolore.
Eppure, proprio questo è l’impulso più radicato dell’essere umano.
Ogni ferita contiene un dolore, e ogni dolore contattato e osservato mette in discussione le strutture interiori che abbiamo costruito per proteggerci.
È questo che rende il risveglio complesso: non la mancanza di strumenti, ma la difficoltà di andare incontro a ciò che abbiamo evitato per anni, spesso per tutta la vita.
In questo articolo approfondiamo perché questa resistenza è così potente, come si esprime e in che modo ostacola la guarigione profonda.
Il punto di partenza è chiaro: sentire è trasformare.
Tutto ciò che non viene sentito rimane identico a se stesso, bloccato, stagnante, in attesa di essere finalmente accolto.
Ogni ferita contiene un dolore
Le ferite emotive, che nascono spesso nell’infanzia o in momenti di forte vulnerabilità, non sono semplici ricordi.
Sono strutture energetiche attive che continuano a condizionare la vita adulta.
Ogni ferita — rifiuto, abbandono, tradimento, ingiustizia, umiliazione — è legata a un nucleo di dolore: una sensazione profonda e primordiale che ha radici sia nella psiche sia nel corpo energetico.
Ma la verità è che il dolore non è il problema.
Il problema è ciò che facciamo per non sentirlo.
Il dolore, in sé, contiene già la sua possibilità di guarigione: è un messaggio, un movimento energetico compresso che chiede riconoscimento.
Quando lo incontriamo, si scioglie, quando lo evitiamo, si stratifica.
La fuga dal dolore come riflesso istintivo
Il nostro sistema nervoso è programmato per evitare ciò che percepisce come minaccia.
E il dolore emotivo, se non compreso, viene registrato come un rischio per la sopravvivenza.
La fuga dal dolore è dunque un riflesso naturale, non una scelta consapevole.
Ma ciò che protegge nel breve periodo diventa ciò che blocca nel lungo periodo.
Una ferita che non viene sentita continua a vivere in noi come memoria, convinzione, comportamento automatico, fino a generare ciò che abbiamo già approfondito nell’articolo dedicato: il corpo di dolore, quell’insieme di emozioni non elaborate che prende il controllo delle nostre reazioni.
I principali modi in cui fuggiamo dal dolore
Quando il dolore affiora — attraverso una relazione, una parola, un evento, un ricordo — quasi sempre rispondiamo con una strategia di evitamento.
Le quattro più diffuse sono le seguenti :
1. Negazione
La negazione temporanea dell’evento può essere una strategia adattativa della persona per sopravvivere e non crollare, ma a lungo termine può diventare disfunzionale.
Pensare infatti che “non è niente”, “non mi riguarda”, “non ci voglio pensare” impedisce l’elaborazione del trauma ed energeticamente comporta un irrigidimento: trattenere ciò che dovrebbe fluire.
2. Aggressività e rabbia verso gli altri
La reazione di aggressività verso gli altri ci fa sentire forti e ci permette di non contattare il dolore e di non fare i conti con la nostra parte più vulnerabile.
Per evitare di osservare la nostra fragilità, proiettiamo all’esterno ciò che non vogliamo vedere dentro.
L’altro diventa il bersaglio ma la radice è sempre interna.
3. Reazione impulsiva
Quando il dolore è troppo intenso da contenere, re-agiamo. L’azione diventa immediata e impulsiva, senza attivare un processo decisionale consapevole, per riempire il vuoto, distogliere l’attenzione dal disagio interiore oppure “anestetizzare” la sensazione dolorosa.
Uscire con gli amici fino a tardi, bere o mangiare eccessivamente, giocare d’azzardo o fare shopping compulsivo, “buttarsi” sul lavoro senza avere un momento libero per se stessi, sono soltanto alcuni degli esempi più frequenti di questa reazione di fuga.
È il corpo di dolore che prende il comando e decide al posto nostro.
Il comportamento appare istintivo, ma è solo l’ennesima fuga travestita da spontaneità.
4. Colpevolizzazione
Dare la colpa agli altri per i motivi più banali per deviare l’attenzione dal proprio disagio è la fuga più sottile: attribuire ciò che proviamo a qualcosa fuori da noi.
Frasi come “È colpa tua”, “È la vita che ce l’ha con me”, “È destino che mi capitano tutte a me” sono indicative di un atteggiamento vittimistico che alimentano la rabbia per coprire il dolore.
La colpevolizzazione crea una distanza illusoria dal nostro dolore e ci impedisce di vedere il punto essenziale:il dolore non è causato dall’evento, ma dalla ferita che l’evento risveglia e che deve essere guarita.
La conseguenza: non guarisci mai davvero
Finché continuiamo a fuggire dal dolore, rimaniamo intrappolati in un ciclo ripetitivo:
- un’esperienza tocca una ferita
- la ferita attiva dolore
- scatta un meccanismo di fuga
- l’energia non viene trasformata
- la ferita resta attiva
- lo schema si ripete, con persone e situazioni diverse
Per questo molte persone hanno l’impressione di rivivere sempre le stesse dinamiche, attirare partner simili, ripetere relazioni che seguono lo stesso copione.
Non è una maledizione: è un messaggio.
Ogni ripetizione è l’invito dell’universo a guardare dove non stiamo guardando.
Il principio Cribes: sentire è trasformare
Il lavoro che proponiamo al Centro Cribes — attraverso Armonia dei 12 Corpi, il Theta Healing, la canalizzazione e tutti i percorsi di consapevolezza — parte da un fondamento imprescindibile:
solo ciò che viene sentito può essere trasformato.
Sentire non significa soffrire passivamente, ma:
- restare presenti
- osservare senza giudizio
- accogliere la verità emotiva
- lasciar muovere l’energia
- assumersi la responsabilità di ciò che emerge
Il dolore, quando finalmente lo incontriamo, smette di essere un nemico.
Diventa una soglia. Una porta. Un passaggio verso uno stato più libero, più maturo, più autentico.
Non si risveglia chi accumula nozioni, ma chi si lascia attraversare dalla verità emotiva.
Il risveglio è un atto di coraggio: il coraggio di non fuggire più.



